l'immagine di copertina è un manifestante con la maschera di Guy Fawkes durante le proteste di Gezi Park a Istanbul nel 2013, foto di Burak Su, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Dico spesso che non voglio parlare di politica e cronaca su internet, ma siccome mi piace contraddirmi ogni tanto lo faccio (stavolta sulle proteste di questo autunno e sullo stato della politica italiana), e ne esce un abnorme flusso di coscienza come questo.
Forse non lo leggerà mai nessuno, ma avrà il merito di scaricarmi i nervi e di tornarmi utile da linkare in eventuali discussioni (dove altrimenti finisco puntualmente per ripetere le stesse cose 😩)
Avevo pensato di pubblicarlo il 5 novembre, per amor di citazione: V per Vendetta resta sempre un fumetto straordinario e il post ci sarebbe calzato a pennello (sperando di non dover pagare la SIAE ad Alan Moore ❤️). Alla fine però tanto valeva buttarlo fuori subito, quindi remember, remember con un paio di giorni d'anticipo!
I tumulti del 2026
In questi giorni ho letto, visto e ascoltato molto di quanto sta accadendo in giro per l'Europa, Italia compresa, tra manifestazioni, proteste e quant'altro.
E mi rendo conto che anche solo ragionarci sopra porta a grossi mal di testa, perché in mezzo c'è letteralmente la qualsiasi.
Molti studenti, operai dell'ex Ilva, sindacalisti e agricoltori hanno ben chiaro cosa stanno facendo e perché.
Altri ci sono finiti in mezzo sull'onda dei social, e c'è una sorta di "cosplay dei francesi" che non dovrebbe stupire più di tanto, visto che caratterizzò buona parte anche del nostro '68.
Lì, peraltro, ci si scorda fin troppo spesso quanto contarono i movimenti studenteschi americani: il Free Speech Movement di Mario Savio a Berkeley è del 1964, quattro anni prima del Maggio francese. Ma i francesi probabilmente sono più bravi a far circolare queste faccende, e di certo ci sono più parenti, anche solo per un discorso culturale.
Comunque sia, senza voler fare ragionamenti da Rete 4 su vetrine rotte e disagi (ma nemmeno da collettivo che punta alla lotta armata), volevo provare a fare qualche ragionamento il più possibile pragmatico.
Ho sentito un paio di giovani che hanno manifestato in prima persona, e già lì c'erano delle differenze belle nette, quindi figuriamoci se ampliamo il numero di tutte le persone che sono scese in piazza:
come al solito, abbiamo di fronte una complessità che non è facile (possibile?) da sintetizzare, e i media in questo non aiutano.
Prima il cosa, poi il come
La prima domanda, che credo dovremmo farci un po' tutti, è:
cosa vogliamo ottenere?
E questo banalmente deve venire prima del come, sembrerà scontato ma oh, questo flusso di coscienza sarà estremamente didascalico.
Per intenderci:
a me le Brigate Rosse non piacevano affatto, ma avevano una struttura ben precisa e chiari obiettivi da perseguire.
Idem con patate su altri fronti per il PCI, la Democrazia Cristiana o Gladio:
c'erano insomma delle sovrastrutture collettive che si muovevano con determinati scopi, spesso con legami ben precisi con le due superpotenze della Guerra Fredda (importanti anche per un discorso organizzativo ed economico).
Nel mondo frammentato e frammentario di oggi, invece, è difficile tirare le somme anche solo per capire come si muovono certe galassie:
fascisti, comunisti, islamisti, ciellini, putiniani, infiltrati, spie cinesi e chi più ne ha più ne metta.
Anche solo "seguire i soldi", per dirla alla Falcone, è diventato parecchio complesso!
Facendo un discorso nerd, è come quando in Civilization imposti una partita con troppe civiltà 😀
Di istanze e rappresentanza
Ma sto divagando, e per gestire il flusso di coscienza dovrei ridurlo ai minimi termini.
Proviamo a mettere in fila le richieste dal punto di vista progressista, di sinistra (talvolta anche inconsapevole):
- redistribuzione della ricchezza;
- sussidi per chi sta peggio e per chi ha bisogno di una casa;
- lotta ai grandi evasori e ai grandi capitali, nazionali o stranieri, che stanno lucrando sulla situazione (banche, big tech, lobby delle armi, fate voi che l'elenco è lungo);
- sostegno a scuola e sanità;
- chiudere i rapporti con Israele.
Un po' di numeri:
L'Italia è l'unico grande paese OCSE in cui i salari reali sono più bassi di quelli del 1990, e all'inizio del 2025, dopo la fiammata dell'inflazione, valevano ancora il 7,5% in meno rispetto al 2021.
Nel frattempo l'evasione fiscale e contributiva, secondo l'ultima relazione del MEF, nel 2023 valeva tra i 108 e i 113 miliardi.
Il primo punto focale?
A tutto sto popò di istanze manca del tutto una vera e solida rappresentanza politica.
E (ma?) forse non può neppure esserci, se consideriamo il nostro contesto:
un paese anziano e relativamente piccolo, importante solo dentro un'Unione Europea spaventosamente debole e divisa su tutto, dall'approvvigionamento delle risorse al sistema fiscale ed economico, eccetera eccetera (vi risparmio la solita solfa).
Stringiamo ancora di più.
Il governo Meloni è brutto (ne avevo già scritto dopo il referendum sulla giustizia):
ha esponenti impresentabili, non ha saputo far fronte alle emergenze in atto ed è più che altro votato a sostenere se stesso e gli interessi di chi ne fa parte o lo sostiene (mettete pure qui i vari Meloni, La Russa, Angelucci, Mediaset e chi più ne ha più ne metta).
Dall'altra parte abbiamo il famigerato campo largo, che mette insieme partiti a loro volta votati principalmente alla cura del proprio orticello e che per molti aspetti non mostrano il minimo segno di coesione o di rappresentanza netta sul territorio.
Fa differenza forse il PD, non per virtuosismo ma per via delle vecchie sezioni ereditate, che restano comunque inascoltate da un organigramma che negli anni non ha proposto politiche troppo diverse da quelle delle destre lasciando ai vertici più o meno le stesse persone da decenni, fatta eccezione per i segretari.
E se facessimo la rivoluzione?
Andiamo in uno scenario extraparlamentare.
Diciamo pure che si voglia fare la rivoluzione, in un senso o nell'altro, quindi violenta, con le bombe e i fucili:
una presa di Montecitorio che riesca ad avere effetto in barba ai servizi segreti e alle ingerenze americane (basi NATO di Aviano, Vicenza, Sigonella, Napoli eccetera eccetera).
Poniamo che questo impossibile colpo di stato vada in porto:
se consideriamo quanti siamo, l'età media, la necessità di importare risorse e di tenere in piedi l'economia interna, certi problemi non si risolverebbero.
Cioè, banalmente, avere una struttura in grado di garantire che si possa fare la spesa in un negozio che abbia da mangiare e che ci siano farmaci che funzionano (pur volendo eliminare supermercati e big pharma o che so io), mantenendo attive sanità e istruzione pubblica con i relativi professionisti fondamentali per portarle avanti.
Questa nuova Italia rivoluzionaria, come farebbe a pagare e comprare ciò di cui ha bisogno? E da chi?
È una domanda vera eh, senza ironia.
Ancora qualche numero per capire da dove partiamo:
- energia: il gas arriva per circa un terzo dall'Algeria, per un altro terzo come GNL via nave (soprattutto da Stati Uniti e Qatar) e una fetta importante dall'Azerbaigian attraverso il TAP (QualEnergia, Startmag). Il petrolio viene soprattutto da Libia, Azerbaigian e Kazakistan (Euronews, Milano Finanza);
- commercio: più della metà del nostro export resta dentro l'UE, la Germania è il primo cliente con l'11,2%, ma subito dopo ci sono gli Stati Uniti con il 10,8% (ISTAT-ICE, ISTAT).
Insomma, siamo un paese che vive di trasformazione e di export, e che deve comprare fuori quasi tutto quello che lo fa girare.
Forse potremmo diventare una sorta di colonia cinese, o più nettamente una colonia americana (cioè più di quanto lo siamo già adesso), uscire dall'orbita europea e magari campare pure meglio, con buona pace dei sovranismi.
Non lo so, eh.
In parte la strada cinese l'abbiamo già intravista con la Via della Seta (firmata nel 2019 e mollata a fine 2023 senza che nessuno se ne accorgesse granché) mentre quella americana passa da un alleato che ci mette i dazi un anno sì e l'altro pure, ma in questo tipo di scenari sarebbe da capire quanto e come "serviremmo" alle potenze di turno, e conseguentemente come si comporterebbero con noi.
Vecchi & Nuovi
C'è poi il solito discorso anagrafico:
la volete la banalità?
In Italia i giovani sono pochi e i vecchi tanti.
Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, nuovo minimo storico, con 1,14 figli per donna, mentre gli over 65 sono ormai un quarto della popolazione e siamo il paese più anziano dell'UE.
Andranno aumentando e non si sa bene come ci si occuperà di loro (cioè di noi).
C'è ovviamente il discorso dell'immigrazione e dell'integrazione, che spesso e volentieri si mischia con quello religioso prima ancora che con quello etnico (forse ci torno dopo).
E c'è il fatto che chi arriva qui lavora spesso con stipendi da fame, e non si capisce come garantirgli una vita dignitosa, senza ghettizzazione e dando delle opportunità.
Sempre la redistribuzione dei redditoni?
Sul piano puramente economico potrebbe essere una soluzione eh, ma se torniamo al discorso produttivo, alle importazioni, boh?
La spada di Damocle di Israele
In tutto questo c'è ovviamente la spada di Damocle di Israele.
Isolarsene sarebbe giusto e sacrosanto, ma a quanto pare ci complicherebbe la vita con quasi tutti i nostri partner attuali, compresi quelli da cui importiamo petrolio e gas e che con Israele fanno affari pur essendo letteralmente di altre parrocchie.
Il già citato Azerbaigian, per dire, è tra i nostri primi fornitori di gas e petrolio ed è anche uno dei principali fornitori di greggio di Israele.
L'Egitto ha un trattato di pace con Israele dal 1979 e ne importa il gas, il Marocco ha normalizzato i rapporti con gli Accordi di Abramo nel 2020 e l'Arabia Saudita ci stava arrivando prima del 7 ottobre 2023.
Non parliamo poi della miriade di multinazionali che fanno affari con Israele, anche nei territori occupati, e che stanno dentro più o meno ogni settore di produzione / distribuzione: solo il database dell'ONU sulle aziende coinvolte negli insediamenti illegali in Cisgiordania, aggiornato a settembre 2025, ne elenca 158 da 11 paesi diversi, e parliamo solo della punta dell'iceberg!
E, se andiamo dall'altra parte, stati che di Israele sono dichiaratamente nemici, come l'Iran, o che comunque gli sono ostili, come il Qatar (da cui arriva circa un quarto del nostro GNL), non sono luoghi dove il rispetto dei diritti va troppo di moda.
Che fare, insomma?
Energia, batterie e Cina
Tutto questo è legato a doppio filo con la questione dell'inquinamento, delle rinnovabili, degli allevamenti intensivi, dell'energia e di dove viene stoccata.
Se si vuole fare una transizione green (e direi che è chiaro che serva), le batterie a quel punto servono, ma le produce la Cina:
quasi l'85% della capacità produttiva mondiale di celle e dal 70 al 95% della raffinazione di litio, cobalto e grafite, secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia.
Lasciamo perdere lo scenario coloniale di cui scrivevo sopra:
con una diffusione ancora maggiore di queste tecnologie la Cina non finirebbe per dettare legge in ogni caso ovunque?
Per certi versi magari non sarebbe neppure un male, chissà, ma a quel punto quanto potremmo contare noi, che come nazione siamo poco più di Pechino e Shanghai messe insieme (e in prospettiva forse pure meno)?
Robot, IA e lavoro
Parlando di Cina, pensiamo pure alla robotica, o all'intelligenza artificiale, e a quanto questi aspetti contino in un paese come il nostro, dove di robotica si sa più di qualcosa.
A Genova c'è l'Istituto Italiano di Tecnologia, quello dei robot umanoidi iCub ed ergoCub, che in vent'anni ha prodotto circa 18 mila pubblicazioni, quasi 1.300 brevetti attivi e 33 startup, e c'è l'Università di Genova con il suo corso magistrale in Robotics Engineering, parte del consorzio europeo EMARO.
Sul piano industriale, poi, l'Italia è stabilmente il secondo mercato europeo per installazioni di robot industriali, dopo la Germania.
Tutto questo potrebbe essere importantissimo per sostituire i lavori più pericolosi, faticosi e sottopagati:
bello eh!
Ma anche rischioso per un mercato del lavoro che già ora vive di precario e di superfluo, visto che tutto il giro di produzione e distribuzione sembra vivere più per se stesso che per un'effettiva domanda:
un esempio?
Torniamo al cibo e guardiamo allo spreco alimentare: nell'UE si buttano circa 130 chili di cibo a testa ogni anno.
Più della metà, va detto, finisce nella spazzatura di casa nostra, ma un altro quarto abbondante si perde tra industria alimentare e grande distribuzione, cioè proprio in quel giro che produce più di quanto serva.
Bloccare questa filiera sarebbe auspicabile per una miriade di ragioni, certo, ma come con la robotica ci ritroveremmo milioni e milioni di disoccupati e non si capisce bene come sarebbe possibile sostenerli:
da anni si ragiona di reddito base universale e altre idee interessanti (no, non c'entra con il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle) ma sono misure che possono aver senso solo se applicate in modo globale, e buona fortuna a mettere d'accordo il mondo su qualsiasi cosa.
Il rischio poi è l'esasperazione dello scenario di Asimov ne Il sole nudo, che per certi versi viviamo già: un ricco primo mondo "solariano" e una Terra sovrappopolata piena di poveracci.
Quindi, che fare?
Potrei parlare anche dei diritti civili delle varie minoranze, del divario negli stipendi delle donne, delle istanze della comunità LGBTQ+, dei problemi legati all'autismo o delle pensioni d'invalidità (quest'ultimo è un tema che mi sta molto a cuore per cose di famiglia) e di tanto altro, per esempio il discorso religioso organizzato (sia esso la Chiesa Cattolica, l'islam, l'ebraismo o chi più ne ha più ne metta).
Ma insomma, credo che questo sia già uno dei post più lunghi che abbia mai scritto, e vorrei arrivare a un punto, se ce n'è uno:
dopo le manifestazioni e le lotte, cosa vogliamo ottenere, e come?
Vogliamo rimanere nel discorso democratico? Che oh, non fa impazzire neppure me, ma di meglio in giro non ne vedo (e no, non lo dico per citare Churchill, che peraltro mi stava pure sulle balle).
Se sì, c'è un partito che possa rappresentare tutto 'sto papocchio e che sia in grado di ottenere numeri abbastanza rilevanti da entrare in Parlamento e smuovere le acque? Senza ricadere negli eterni discorsi sul "voto utile" e nei partitini a malapena sopra la soglia di sbarramento che fanno la scissione col proprio ombelico?
Se no, che facciamo?
Boh, io chiedo eh.
È un po' la stessa sensazione che provo quando su Mastodon vedo post / link critici contro il governo: va benissimo, ma se grossomodo in quell'ecosistema la pensiamo già tutti così a che serve ribadirlo?
Credo che siamo in una fase storica in cui più che una vignetta contro Trump o uno sciopero servirebbero forme di associazionismo vaste e concrete in grado di portare grossi numeri in Parlamento, qualcosa di credibile e votabile insomma.
PS: lo specifico perché ho scritto tanto e mi rendo conto che in pochissimi avranno la pazienza di leggere tutto: NON VOGLIO IN ALCUN MODO DEMONIZZARE LE PROTESTE O LE MANIFESTAZIONI, che ci stanno, eccome se ci stanno!
Vorrei solo ragionare un po' sul dopo, in un modo o nell'altro. Ma forse mi manca qualche pezzo, boh.

"La fiumana" di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1895-96), conservata alla Pinacoteca di Brera e antenata del più celebre Quarto Stato, pubblico dominio, via Wikimedia Commons
