l'immagine di copertina è un mosaico romano del II secolo con le maschere di tragedia e commedia (Musei Capitolini), foto di Carole Raddato, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Ho dormito poco e in questi giorni sto postando troppo, saranno le temperature più umane dell'ultimo periodo che mi hanno scombinato qualcosa?
Comunque, stavo ragionando sulla mia (nostra?) tendenza a dividere la nostra presenza online e non solo per compartimenti stagni, cambiare pirandellianamente maschera a seconda del contesto e trattare determinate tematiche a seconda dello stesso.
Senza che ci perdiamo nei massimi sistemi, è un ragionamento figlio di un mio piccolo tentativo di utilizzo di LinkedIn scrivendo un post che parla di videogiochi.
Self-hating nerd
Al di là del fatto che su LinkedIn non mi si fila nessuno (d'altronde non l'ho mai usato granché e sono circondato da contatti grecofoni / anglofoni), io per primo ho provato una sensazione di disagio al mettere in mostra il mio lato "nerd" in un contesto dove mi mostro professionale e dovrei cianciare di roba "seria".
Sul fediverso invece tendo a fare un po' l'opposto: limitare le questioni "serie" e abbondare di nerdate.
Interessantemente, mi rendo conto che 'sta cosa su questo blog non mi è mai successa: ci ho sempre buttato dentro di tutto.
Ed è paradossale, perché questa divisione mi piace e credo tenda a "proteggere" la mia personalità ludica, a scinderla dal mondo reale e aiutarmi più nella relativa immersione / escapismo quando mi ci immergo davvero.
Cultura pop, soft power e contesti "seri"
D'altro canto, se c'è una cosa che vado predicando da anni a questa parte, è quanto sia insopportabile che la cultura pop e in particolare il videogioco non trovino spazio nei contesti "seri", come se fossero hobby infantili trascurabili e lontani da ogni tipo d'interesse concreto...
Salvo poi rendersi conto che, boh, chi cura la comunicazione di Donald Trump li utilizza abbondantemente per scopi propagandistici tra arcade retrò pubblicati sul sito della Casa Bianca e il tweet "We really saved America before GTA 6".
Che i Sauditi si sono comprati EA con un'acquisizione da 55 miliardi di dollari guidata dal fondo sovrano PIF (no, lui non centra. Credo?!)
Che la Cina ha un giro d'affari sugli e-sport da miliardi di dollari e centinaia di milioni di utenti.
Che Macron ne ha recentemente parlato in modo particolarmente sentito, annunciando un festival internazionale del videogioco e inserendolo nell'eccezione culturale francese.
Che CD Projekt RED è stata più volte l'azienda quotata più valutata dell'intera Polonia.
Che...e beh, non credo serva evidenziare quanto abbiano contato per l'industria dell'intrattenimento giapponese e il relativo soft power.

il pubblico di IEM Katowice 2014 dentro lo Spodek, foto di Paul Chaloner, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Eccezioni italiane?
Eppure, andando a memoria, l'unico canale generalista italiano ad averli giustamente messi nel mucchio credo sia il solito Dagospia di Roberto D'Agostino, con la rubrica curata da Federico Ercole.
Dagospia è d'altronde un interessante unicum della comunicazione italiana, ufficialmente dedicato al gossip e a pruriginosi titoli di "pancia" ma in pratica una delle fonti più seguite e lette sia dall'arco istituzionale che quello popolare, mica cotica per un paese che tendenzialmente non legge eh?
Ma sto divagando: tornando al punto, mi rendo conto di pretendere cittadinanza "seria" per il mio nerdame nel dibattito pubblico, salvo poi essere il primo a nasconderlo non appena indosso la maschera "professionale".
Un bel controsenso, eh?
E voi, come vi rapportate col vostro lato nerd? Riuscite a tirarlo fuori anche in contesti business, o lo tenete ben celato tra una tartina e una cravatta?
