La saga di Resident Evil ha sempre rappresentato una delle mie lacune più imbarazzanti da videogiocatore. Fin da quando, 199X, provai il primo capitolo da amici e lo snobbai con una frase del tipo:
«Ok, bello, raga… ma L’Alba dei Morti di Romero l’ho già vista, ho letto pure il primo Dylan Dog… Ancora zombie? Chi se ne frega di ’sto gioco, dai…»
(Sì, ero un ragazzino evidentemente lungimirante — o forse solo un piccolo Bart Simpson troppo fissato con roba che, a quell’età, non avrei dovuto neanche conoscere 👀)
I remake come seconda chance
Nel tempo, ho sempre covato l’idea di riprovare con gli Resident Evil originali… ma non ce l’ho mai fatta.
Oggi non riesco più a tollerare quei celebri tank controls — che, a dirla tutta, malsopportavo già all’epoca, quando comunque mi ero imposto di digerirli per amore dei miei adorati Silent Hill.
I remake di Resident Evil 2, 3 e 4 sono stati, in questo senso, un’ottima porta d’accesso - e a tal proposito ancora grazie mille a Efi che mi ha regalato quella di RE2!
dopo un iniziale senso di smarrimento (e qualche capogiro da telecamera fissa), mi sono innamorato di RE2, ho apprezzato il 3, e mi sono letteralmente perso nell’immenso Resident Evil 4.
Perché sono così belli?
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A ben guardare, la mia opinione da ragazzino non era del tutto fuori strada.
Certo, la famigerata lore della saga aggiunge un certo fascino, ma dal punto di vista narrativo Resident Evil procede a braccetto con quegli horror/action anni '90 — tra B-movie e deliri giapponesi — che oggi definiremmo tamarri senza troppi giri di parole.
Non di rado mi è venuto in mente il meraviglioso gusto kitsch di Hideo Kojima, non tanto nei Metal Gear classici (dove comunque c'è in abbondanza) quanto nelle sue visual novel Snatcher e Policenauts.
Detto questo, proprio questa tamarraggine a me piace un sacco e, mai come in questo caso, si riesce a cogliere un’autentica dimensione artistica nata dal puro gusto ludico — nel senso più huizinghiano del termine: il gioco al centro, e tutto il resto al suo servizio.
Gli originali sono meglio?

Massimo rispetto per chi la pensa così.
D'altronde è un'opinione che ribadisco spesso con i vari Final Fantasy, e più in generale verso un certo stile di sviluppo che ha segnato l’imprinting di chi ha giocato in quelle generazioni.
Il gameplay degli originali non faceva per me — l’ho già detto — ma riconosco quanto potesse generare tensione.
Una tensione che, probabilmente, si è un po’ persa con l’avvento della telecamera in spalla, resa celebre proprio da Resident Evil 4.
Il gusto dell’esplorazione
Una cosa che sto apprezzando sempre di più è quel tipo di esplorazione: aperta ma lineare, con tante scorciatoie da sbloccare e un backtracking ricco, modulabile a piacere.
È un approccio che ho amato in Castlevania: Symphony of the Night, in Dark Souls I, e nei remake di Resident Evil 2 e 4.
Ed è proprio questo elemento — delicato, raffinato, quasi artigianale — che temo rischi di vedersi sempre meno nei giochi moderni ad alto budget.

potrei dire che Ada Wong non c'entra niente in questo mio recuperone, ma mentirei sapendo di mentina


veri eroi, voglio dei DLC con loro come protagonisti!